Perché questo blog?

24.08.2022

Un blog nel 2022?



L'idea di questo blog nasce immediatamente dopo il mio soggiorno a Pomaia presso l'istituto Lama Tzong Khapa. Ho avuto modo durante i 5 giorni trascorsi approfondendo le tecniche di base della meditazione di riflettere e ragionare sul mio attuale processo di vita. Correva l'obbligo per tutti i partecipanti di non utilizzare il telefono per l'intera giornata. Mi ha sorpreso constatare come questa prescrizione sia stata per me liberatoria. La continua distrazione causata dalla mia urgenza interiore di essere sempre sul pezzo e disponibile nei riguardi di chiunque, provocava inevitabilmente una frammentazione cognitiva ed emozionale della mia attenzione. Succube delle correnti alternate di stati d'animo gratificanti o meno, il mio centro vitale si dissipava momento dopo momento. Un pensiero seguiva l'altro e la fretta di porre rimedio a qualsiasi mancanza, professionale e non, mi induceva a convincermi che quanto prima avrei affrontato il compito, tanto più tempo sarebbe rimasto da dedicare alla mia crescita interiore. Crescita che misuravo ed esercitavo attraverso riflessioni profonde sul senso e l'utilità della mia esistenza in rapporto ai fenomeni e alle persone che quotidianamente incrociavano il mio cammino. Così giorno dopo giorno, spostavo indietro l'ora del risveglio cercando di ricavare una nicchia di tranquillità entro cui, il tempo speso per Fabio, fosse in qualche misura legittimato dal non dover essere presente, in quegli orari, per rispondere alle esigenze degli ordinari impegni giornalieri. Tuttavia, questa illusione sì e presto sgretolata sotto i colpi incessanti di richieste provenienti da Facebook, WhatsApp, mail, giunte a tutte le ore del giorno e della notte. Questa forma di attrito si è trasformata lentamente in rabbia, prima verso gli altri (ma non si rendono conto che la gente dorme a quest'ora? Possibile che non possa tenere il telefono acceso per le urgenze durante la notte?, etc.), poi verso me stesso per l'incapacità avvertita di non saper mettere un limite a tutto questo. Soltanto dopo aver meditato con pazienza e con tutta la difficoltà che è possibile immaginare per uno spirito irrequieto come il mio, agitato dal desiderio di fare e fare senza soluzione di continuità, ho compreso stavo girando in tondo da anni ormai. Non essendo un derviscio inevitabilmente insieme ai miei pensieri anche il mio baricentro ha cominciato a girare vorticosamente spostando la sua asse di inclinazione, al punto di perdere il senso di rotazione originaria.

Avevo tentato in separata sede di approfondire alcuni rudimenti di base della filosofia buddista ma nonostante la mia mente, o meglio la mia corteccia frontale, fosse perfettamente in grado di cogliere il significato di ogni singola parola, il loro senso rimaneva in qualche modo incompiuto e vuoto. Questo canale si è improvvisamente aperto durante la sfida che mi sono imposto prima di partire per Pomaia: quella di partecipare ad incontri di meditazione che potevano raggiungere le due ore giornaliere organizzate in sessioni di circa 30 o 40 minuti. Una vera follia per chi non aveva mai sperimentato neanche 5 minuti di silenzio intimo con se stesso, ma talvolta proprio questa follia ingenua mi ha consentito di accrescere il livello e la qualità della mia presenza mentale. Mi sono quindi diretto verso l'ignoto, per la prima volta in vita mia, senza alcuna aspettativa. Inutile dire che quanto ho ricevuto è andato ben oltre la possibilità di pensarlo e ancor meno di dirlo con parole capaci di catturare la potenza e l'intensità dei giorni che ho trascorso dedicandomi esclusivamente a bilanciare il mio essere con tutte le energie ricorrenti attraverso la pura esperienza e la pratica. Maturavo così la consapevolezza che ogni singola notifica proveniente dallo smartphone causava al mio corpo uno stato di agitazione che si palesava attraverso un aumento della pulsazione ematica e cardiaca. Mi sono quindi domandato in che modo tutta questa urgenza di disponibilità sostenesse l'altrettanto indifferibile necessità di centrarmi in un periodo di vita contrassegnato da alcune difficoltà e sofferenze attraversate dalle persone a me care. Compreso me stesso. Tutto questo non aveva nulla a che vedere col mio cammino se non per quella necessità di mantenere alto il livello di legittimazione e di reputazione sociale che pensavo di aver raggiunto.

Mi sono sentito, in un raro momento di lucidità, come un topo che per guardare il formaggio non si rende conto di poter uscire dalla gabbia in cui pensa di essere stato rinchiuso.

Ho ripercorso mentalmente i 14 anni di iscrizione a Facebook, ritenuto quale elemento primario di disturbo nel consolidare la mia attenzione profonda, ed ho accolto senza resistenza il risultato di questa disamina.

All'inizio questo social non mi causava alcuna ansia perché ogni condivisione rimaneva nella ristretta cerchia di amici fisici e parenti. Aggiungeva inoltre la possibilità di soddisfare la mia curiosità di sapere che fine avessero fatto il tal compagno delle superiori o delle elementari, o altre presenze del passato in una certa misura ritenute significative nella mia vita. Anche grazie agli insegnamenti di Claudio Volpi e Jeremy Rifkin, avevo ben chiaro che il mio rapporto con il virtuale non fosse diverso da quello esistente nel reale, sin dai tempi delle chat di Yahoo. Il primo computer che ho avuto modo di accendere fu un Commodore Vic 20 (grazie Fabrizio!), uno strumento che venne offuscato completamente dal successivo Commodore 64 e poi 128, che presentavano una grafica pixellata a colori, tutto rigorosamente in 2D. Sono cresciuto al passo della tecnologia informatica e dal linguaggio libero del DOS mi sono facilmente adattato alla scatola chiusa di Windows. Ho sempre avuto un ottimo rapporto con gli stati di avanzamento tecnologico soprattutto in ambito informatico, pur non essendomi mai dedicato all'approfondimento della programmazione.

Ma tornando al Social per eccellenza, l'evoluzione del mio stare in relazione con esso, ha subito profondi mutamenti nel giro di pochi anni. Questo è avvenuto in parte perché dettato dalla profonda convinzione (che preservo ancora oggi) che una rete di collegamento esistente sullo schermo possedesse un potenziale implicito inespresso: mettere insieme persone che probabilmente non avrebbero mai avuto l'occasione di conoscersi agendo per un fine comune. Persuaso dalla bontà di questa considerazione decisi nel 2015 di fondare la rete dei Caffè pedagogici. Un'esperienza che, unitamente al biennio di counselling (per la quale sento di non aver mai ringraziato adeguatamente il mio docente Gianni Sulprizio), mi ha restituito una pienezza e un senso di appartenenza come mai mi era capitato di sperimentare prima. In quel periodo il fermento era palpabile ed ogni singolo collega avvertiva la spinta necessaria a convergere prima ancora che spiccare individualmente. Siamo chiari però non mi ero inventato proprio nulla, semplicemente mi ero posto in ascolto di un'esigenza e con una certa temerarietà avevo provato a creare uno spazio entro cui potesse essere riconosciuta e soddisfatta. Il resto è stato frutto solo ed esclusivamente di tutti coloro i quali vi hanno preso parte in tutta Italia e persino in Germania, a Berlino. Come ogni realtà però era destinata a lasciare spazio ad un'altra, più strutturata per certi versi ma caratterizzata dal medesimo spirito di gioia, fede e inclusione. Su queste premesse ho fondato due associazioni professionali di cui l'ultima, insieme a Santi Laganà, denominata Co.N.P.Ed. (www.conped.it). In entrambi i casi la mia profonda speranza risiedeva nella possibilità di risvegliare la coscienza di molti professionisti di area pedagogica affinché la loro dignità divenisse motore vitale per il cammino di affermazione. Non si dà vita senza educazione c'è poco da stare a disquisire o infiocchettare con orpelli ed estetismi inutili. "L'educazione è vita" diceva Dewey nulla è più vero è semplice di così.

Eppure ancora una volta ho dovuto constatare di aver raggiunto solo metà della destinazione cui pensavo di pervenire come obiettivo finale. Volevo raggiungere la più totale invisibilità, restare un semplice ricordo lontano, come un soffio di vento che sposta la foglia per consentirle di vedere il sole.

Mi rendo conto, oggi, che sono distante dall'essermi avvicinato a tutto questo e che ciò che avrebbe dovuto creare autonomia si è rivelata in molti casi una forma di dipendenza né più né meno di qualsiasi altra forma di attaccamento.

Durante le giornate in Toscana ho così assunto quale oggetto di analisi proprio questo incedere ed ho maturato la convinzione che non soltanto la mia disponibilità è risultata disfunzionale al processo di autonomia di ciascuno, ma oltremodo mi ha allontanato da quel centramento così intimo e naturale che pensavo di aver realizzato. In questa fase ho passato in rassegna altri lati della medaglia, perché non è vero che una moneta ha soltanto due facce, ne possiede tante quanto sono i significati che le attribuiamo.

Ecco dunque affiorare alcune considerazioni che qui posso rendere soltanto abbozzare attraverso una metafora.

Immaginiamo discendere in una delle tante stazioni di una città dei Paesi Bassi, la nostra meta è la piazza ma durante il percorso ci rendiamo conto di notare qualcosa di insolito. Qualcosa che non siamo abituati a vedere. Le finestre ampie, assolate, colorate e adorne di ogni fiore, catturano immediatamente la nostra attenzione. Neanche il tempo di assaporarne l'odore che prontamente afferriamo il nostro telefono e cominciamo a fotografare una realtà in movimento scambiandola per un ricordo statico. Dimentichi della metà, e con la tenacia di un paparazzo, immortaliamo ogni angolo di quanto sì dà alla nostra vista. Eppure non abbiamo mai chiesto il permesso al proprietario, ma il solo fatto che qualcosa si mostri in un'apparente disponibilità ci induce a farla nostra senza alcuna remora.

Ciò che ho notato in questi ultimi anni su Facebook segue la medesima direzione. La disponibilità è presenza irrevocabile. Quasi nessuno si sofferma a chiedersi se sia o meno il caso di disturbarti perché se sei in vetrina, allora sei certamente raggiungibile in ogni momento. La compulsione di svuotare la propria mente dalle urgenze che ci siamo creati si traduce, inevitabilmente, nella necessità di comunicare al destinatario ciò che dà forma ai nostri bisogni. Ma esattamente come accade nella metafora, il proprietario non appartiene alla radice dell'equazione. È solo funzione di questa, una gruccia cui aggrapparsi per non soccombere allo stato di agitazione e impazienza che provoca l'ignoranza rispetto a qualcosa che sentiamo ti dover soddisfare.

La pressione esercitata dall'incapacità di stare nell'incertezza o di assolvere il proprio compito autonomamente si radica dentro di noi promuovendo stili relazionali inadeguati. Facebook diviene così un luogo che alimenta il nostro circuito di gratificazione al pari di una scossa dopaminergica. Premiamo e premiamo e premiamo, senza respiro quel pulsante in attesa che accada qualcosa. Si fortifica quella linearità causale il cui risultato immediato e parametro del tipo di qualità e di importanza che tributiamo ad un oggetto di nostro interesse. Questo atteggiamento, perpetrato nel tempo, ha finito col modificare per molti di noi la curva e la direzione del processo epistemologico. Fuori dall'autodeterminazione cediamo il nostro arbitrio al primo risultato disponibile. Quando poi non ne siamo convinti torniamo anche in questo caso a domandare e a domandare ma non a domandarci. Pertanto ognuno sente di aver diritto di ottenere una risposta soltanto sua che unita alla fallacia di ritenere il social uno strumento innocuo, passeggero, divertente (cosa che certamente è) comprime lo spessore di ogni restituzione all'interno di un semplicismo indubitabile. Mi spiego meglio. Si tratta di applicare ciò che ritengo essere all'opposto del detto "due pesi e due misure". In questo caso si parla di una misura unica per tutti. Così se passo poco tempo a controllare le mie notifiche, se sono contattato da pochi amici, mi appare assurdo che per te la mia richiesta di impegno possa essere fonte di distrazione o fastidio. In fondo cosa ti avrò chiesto mai? Gli altri 3000 contatti non avranno certo la mia esigenza no?

Quindi se ognuno di questi applicasse lo stesso ragionamento (cosa che in buona parte è avvenuta nella mia esperienza) ecco che tutto il tempo residuo della tua vita privata, lo passi a rispondere a richieste che non ti appartengono. Certamente se questo si traducesse in un puntello, per dirla con Buber, utile a procedere verso la scalata non rappresenterebbe affatto un problema. Ma sovente è vero il contrario per le ragioni suesposte: ognuno si percepisce centro del proprio mondo e diventa incapace di cogliere tutti gli altri satelliti che ruotano insieme a lui. Questa a mio avviso è una delle ragioni che stimola e sostiene la nuova incapacità di leggere tra i commenti quanto è stato già scritto prima di avanzare una domanda. Dando vita in senso più generale ad un moto perpetuo di richiesta-attesa-soddisfazione che ben si sposa con la sua triade complementare risposta-attesa-gratificazione. Due anelli chiusi che si non congiungono mai pur essendo destinati a lambirsi come nel più lucido ciclo di dannati danteschi.

Tale atteggiamento mentale lungi dall'essere riservato unicamente a Facebook ha pian piano pervaso anche la realtà fisica. Sempre più sovente mi capita di partecipare a riunioni, lezioni, ritiri formativi, in cui le persone assumono l'interlocutore quale artificio strumentale di un appagamento momentaneo di curiosità. Oltre alla quale non vi è alcuna crescita personale ma soltanto infinite catene di proponimenti che non raggiungono mai uno stadio evolutivo adeguato. Si domanda per domandare non per sbloccare un processo evolutivo di cui ci assumiamo la piena e indiscutibile responsabilità.

Non cedo alla tentazione di disquisire in ordine alle modalità con cui molte persone sono portate ad intendere i loro interventi su Facebook. La tracotanza, la supponenza, o anche la semplice distrazione, che riguarda anche il sottoscritto ovviamente, diventano condanne estemporanee per chiunque decida di esporsi. Sempre complici del sillogismo "esposizione = diritto di manifestare la propria opinione", anche se non richiesta.

Il Social dunque si configura quale problema solo per chi decide di offrire contenuti di qualità, questione che non appartiene a chi ne preserva un uso originario per tenersi in contatto tra parenti o amici, né tantomeno ai "condivisori seriali", quelli che pubblicano notizie altrui senza alcuna introduzione o riflessione personale. Ma questo argomento è stato più volte affrontato dalla pagina Commenti gentili e non intendo perciò procedere oltre.

Un'apparente soluzione alle scomodità che pure accompagnano la possibile utilità di Facebook è quella di intervenire attraverso l'impostazione dei filtri, che ci consentono di cancellare come novelli Thànatos, ogni traccia di controversia. Annunciando cum gaudio magno che finalmente il mondo intero ci corrisponde. Almeno per quel tratto di strada che va dalla sedia della nostra postazione fino all'uscio della porta di casa. Cadiamo cosi nella eterna illusione di scambiare il panorama all'orizzonte per il buco della serratura attraverso la quale lo stiamo osservando.

Concludo questo primo post inaugurale anticipando che non è mia intenzione eliminare il profilo personale da Facebook, semplicemente intendo disinstallare ogni applicazione dal telefono per decidere autonomamente quando, come e se affacciarmi.

Certamente non aggiornerò la bacheca ma continuerò a condividere le mie riflessioni in questo spazio più raccolto, dove non è possibile essere distratti dalle finestre che incontriamo sul nostro cammino. Dove la meta è chiara e visibile e non una miscellanea di popup istantanee, perché se siete giunti qui, lo avete fatto intenzionalmente senza essere guidati da alcun algoritmo. Avete ripreso in mano la vostra consapevolezza e il vostro centro vitale, come auspico di poter fare anch'io nel corso di questa nuova avventura. 27 agosto 2022 di Fabio Olivieri

Fabio Olivieri- Blog pedagogico
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